Mai dimenticare la potenza delle parole (e dell'oratoria, detta volgarmente chiacchiera). Se io definisco un giocatore di calcio un professionista, voglio metterne in luce la serietà, la capacità, la costanza. Se lo definisco 'mercenario', cambia tutto. Perciò occhio a come il potere, dalla classe politica alla pubblicità, usa le parole e tutte le tecniche comunicative per manovrarvi !
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venerdì 23 dicembre 2011
Mai dimenticare la potenza delle parole
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sabato 11 giugno 2011
La socializzazione primaria conta di più dei media per la visione del mondo
Sono sempre più convinto che è inutile parlare di effetti pervasivi dei media quando ci si dimentica dell'influenza determinante delle istituzioni di socializzazione primaria quali la famiglia e la scuola.
Il nostro modo di vedere la cultura, di scegliere istanze e opinioni sulla e nella vita, è troppo determinato da come ci hanno educato nei primi anni della nostra vita per essere completamente determinato dalle relazioni su Internet o dalla fiction tv e cinematografica, dall'informazione dei mass-media.
Tra la lettura del pensiero di Luckmann, i miei studi sociologici e l'esperienza quotidiana (non molta, sono giovane, ma c'è) sono portato sempre più a credere che la nostra visione del mondo è determinata in primo luogo dai paraocchi o semplicemente dalle modalità in cui siamo cresciuti in famiglia o con l'istruzione primaria e in secondo luogo dagli stimoli che ci arrivano successivamente. Ma una volta tirato su l'adulto, esso vede le cose non come gli dicono di vederle, ma basicamente come sente interiorizzato dentro di sé il mondo. Vede il mondo con i canali percettivi della mente creati dall'educazione, dalle visioni del mondo dell'istruzione e della dialettica con il mondo della scuola. Una "bigotta", ad esempio, uscita fuori dal suo mondo familiare e scolastico, difficilmente potrà poi accendere la TV e subire semplicemente le più grandi aperture al mondo, al multiculturalismo, alla devianza: tutto sarà filtrato da ciò che ormai sente del mondo, interiorizzato. Ma mano che faccio esperienza della gente, sento mia questa opinione maggiormente.
Il nostro modo di vedere la cultura, di scegliere istanze e opinioni sulla e nella vita, è troppo determinato da come ci hanno educato nei primi anni della nostra vita per essere completamente determinato dalle relazioni su Internet o dalla fiction tv e cinematografica, dall'informazione dei mass-media.
Tra la lettura del pensiero di Luckmann, i miei studi sociologici e l'esperienza quotidiana (non molta, sono giovane, ma c'è) sono portato sempre più a credere che la nostra visione del mondo è determinata in primo luogo dai paraocchi o semplicemente dalle modalità in cui siamo cresciuti in famiglia o con l'istruzione primaria e in secondo luogo dagli stimoli che ci arrivano successivamente. Ma una volta tirato su l'adulto, esso vede le cose non come gli dicono di vederle, ma basicamente come sente interiorizzato dentro di sé il mondo. Vede il mondo con i canali percettivi della mente creati dall'educazione, dalle visioni del mondo dell'istruzione e della dialettica con il mondo della scuola. Una "bigotta", ad esempio, uscita fuori dal suo mondo familiare e scolastico, difficilmente potrà poi accendere la TV e subire semplicemente le più grandi aperture al mondo, al multiculturalismo, alla devianza: tutto sarà filtrato da ciò che ormai sente del mondo, interiorizzato. Ma mano che faccio esperienza della gente, sento mia questa opinione maggiormente.
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mercoledì 11 maggio 2011
Il grande comunicatore

Berlusconi il grande comunicatore... bisogna proprio essere dei geni per dire che l'altra parte politica puzza ? Per me è solo l'ennesima dimostrazione che sono gli italiani che gli perdonano tutto, non lui un gigante della comunicazione. Il merito è del clima televisivo, mediatico che si è costruito: una parte del Paese è sempre con lui, per dovere redazionale !
Riprendo dal mio sito www.robertodimolfetta.it
"Vorrei trattare di una mia teoria. Quella che vuole che si debba spiegare il successo avuto da Silvio Berlusconi come un successo profondamente legato a strutture proprie dei processi mediatici. Strutture profonde, di cui spesso la gente comune non ha sentore. Io personalmente studio scienze della comunicazione, anche se non ne sono un paladino o un profondo conoscitore. Ma ho imparato, in questi hanno di assimilazione culturale, che un prodotto mediatico ha delle strutture profonde che permettono ai creatori di portare letteralmente per mano il lector a parteggiare per un determinato protagonista, al di là del bene e del male, e delle iniziali opinioni morali e convincimenti personali dello stesso fruitore dell'opera.
In un film, ad esempio, non conta la corrispondenza tra le virtù del protagonista e i convincimenti individuali di chi lo vede: contano strutture profonde narrative, come afferma una certa scienza semiotica, che portano il protagonista ad essere il beniamino del pubblico, il quale è trascinato dagli eventi e dai suoi comportamenti in un percorso virtuoso dove egli esce premiato, esaltato, compreso e quindi alla fine amato.
Ecco perché anche in film dove il protagonista, l'eroe, è un violento e arrogante criminale (Scarface) oppure un boss mafioso, anche chi non è pregiudizialmente favorevole alla mafia (quanti lo sono di principio ?) in realtà si trova psicologicamente a prendere le parti, a difendere col pensiero, a tifare letteralmente per il medesimo [a dispiacersi della sua morte. Qualcosa di simile è accaduto persino per taluni dispiaciuti per la morte di Osama bin Laden, una sorta di anti-eroe dall'aria ormai familiare, il brigante del Sud del mondo che lotta contro i dominatori americani]. Perché non sono le virtù del protagonista che ce lo rendono amico, ma i percorsi narrativi scelti dallo sceneggiatore, dal regista, il carisma degli attori e in ultimo la qualità di questi fattori come opera definita e definitiva.
Perciò io ritengo che Silvio Berlusconi, nell'insieme mediatico dei suoi tre canali televisivi e dei suoi giornali, abbia svolto la parte del beniamino del pubblico casalingo per motivi che affondano le loro radici nei meccanismi persuasivi psicocomunicativi: egli è stato eletto, prima ancora che, nel 1994, parlamentare e poi Presidente del Consiglio, come beniamino del pubblico per via del suo impersonare il ruolo di 'eroe' mediatico, di uomo di buona volontà, di uomo capace e coraggioso, di affidabile. Il suo ruolo è stato da lui impersonato incastonandosi in una struttura narrativa, non di fiction, ma realmente assimilabile a quella che vuole il protagonista di un'opera mediatica come protagonista delle speranze, dei sogni, delle emozioni provate dalle persone comuni che seguono l'opera.
Il canovaccio è stato quello di predestinato a salvare l'Italia dal marciume politico dei suoi anni, a renderla economicamente forte, politicamente prestigiosa, emotivamente stabile. Il percorso narrativo è fatto di ore e ore di programmazione a senso unico in cui i dipendenti di Silvio Berlusconi, come Liguori, Fede ed altri hanno inviato precisi segnali su come interpretare fatti e dichiarazioni, in un senso che personalmente ritengo unico e che alla fine hanno fatto del principale attore di questo percorso narrativo, Silvio Berlusconi, l'unica vera alternativa percepita nel profondo della psiche da milioni di italiani a una classe politica sentita altrimenti estranea, lontana, nemica. Come in ogni buon film magistralmente scritto, diretto ed interpretato.
Riprendo dal mio sito www.robertodimolfetta.it
"Vorrei trattare di una mia teoria. Quella che vuole che si debba spiegare il successo avuto da Silvio Berlusconi come un successo profondamente legato a strutture proprie dei processi mediatici. Strutture profonde, di cui spesso la gente comune non ha sentore. Io personalmente studio scienze della comunicazione, anche se non ne sono un paladino o un profondo conoscitore. Ma ho imparato, in questi hanno di assimilazione culturale, che un prodotto mediatico ha delle strutture profonde che permettono ai creatori di portare letteralmente per mano il lector a parteggiare per un determinato protagonista, al di là del bene e del male, e delle iniziali opinioni morali e convincimenti personali dello stesso fruitore dell'opera.
In un film, ad esempio, non conta la corrispondenza tra le virtù del protagonista e i convincimenti individuali di chi lo vede: contano strutture profonde narrative, come afferma una certa scienza semiotica, che portano il protagonista ad essere il beniamino del pubblico, il quale è trascinato dagli eventi e dai suoi comportamenti in un percorso virtuoso dove egli esce premiato, esaltato, compreso e quindi alla fine amato.
Ecco perché anche in film dove il protagonista, l'eroe, è un violento e arrogante criminale (Scarface) oppure un boss mafioso, anche chi non è pregiudizialmente favorevole alla mafia (quanti lo sono di principio ?) in realtà si trova psicologicamente a prendere le parti, a difendere col pensiero, a tifare letteralmente per il medesimo [a dispiacersi della sua morte. Qualcosa di simile è accaduto persino per taluni dispiaciuti per la morte di Osama bin Laden, una sorta di anti-eroe dall'aria ormai familiare, il brigante del Sud del mondo che lotta contro i dominatori americani]. Perché non sono le virtù del protagonista che ce lo rendono amico, ma i percorsi narrativi scelti dallo sceneggiatore, dal regista, il carisma degli attori e in ultimo la qualità di questi fattori come opera definita e definitiva.
Perciò io ritengo che Silvio Berlusconi, nell'insieme mediatico dei suoi tre canali televisivi e dei suoi giornali, abbia svolto la parte del beniamino del pubblico casalingo per motivi che affondano le loro radici nei meccanismi persuasivi psicocomunicativi: egli è stato eletto, prima ancora che, nel 1994, parlamentare e poi Presidente del Consiglio, come beniamino del pubblico per via del suo impersonare il ruolo di 'eroe' mediatico, di uomo di buona volontà, di uomo capace e coraggioso, di affidabile. Il suo ruolo è stato da lui impersonato incastonandosi in una struttura narrativa, non di fiction, ma realmente assimilabile a quella che vuole il protagonista di un'opera mediatica come protagonista delle speranze, dei sogni, delle emozioni provate dalle persone comuni che seguono l'opera.
Il canovaccio è stato quello di predestinato a salvare l'Italia dal marciume politico dei suoi anni, a renderla economicamente forte, politicamente prestigiosa, emotivamente stabile. Il percorso narrativo è fatto di ore e ore di programmazione a senso unico in cui i dipendenti di Silvio Berlusconi, come Liguori, Fede ed altri hanno inviato precisi segnali su come interpretare fatti e dichiarazioni, in un senso che personalmente ritengo unico e che alla fine hanno fatto del principale attore di questo percorso narrativo, Silvio Berlusconi, l'unica vera alternativa percepita nel profondo della psiche da milioni di italiani a una classe politica sentita altrimenti estranea, lontana, nemica. Come in ogni buon film magistralmente scritto, diretto ed interpretato.
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martedì 10 maggio 2011
Lo scarto tra potenti e popolo
Uno dei motivi per cui i popoli perdono e i potenti vincono risiede nel fatto che dal secolo scorso i potenti conoscono la gente comune molto più di come la gente comune conosce se stessa. Sociologia, psicologia, comunicazione, marketing e così via hanno permesso di creare un gap, uno scarto per dominare menti e comportamenti, cancellando la democrazia come realtà vissuta, rendendola una mera virtualità.
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domenica 1 maggio 2011
La magia, nelle parole
Noi, intendo noi italiani, europei, occidentali, crediamo che per il fatto stesso di aver raggiunto traguardi tecnici e tecnologici elevati, non ultimi la conquista della Luna, la bomba atomica, i trapianti di organi, siamo per queste vette dell'intelligenza razionale al riparo dall'oscurità primitiva delle società meno evolute, dalla fede in maghi e stregoni che ci incantano con i loro anatemi, con le loro formule rituali.
Io credo, in realtà, che al fascino evocativo della parola, alla potenza comunicativa che mette in sintonia carisma personale e istinti delle masse neanche le nostre cosidette avanzate democrazie occidentali sappiano resistere.
Anzi, se nei laboratori e nelle industrie il metodo scientifico, la catena di montaggio hanno definitivamente tolto spazio all'improvvisazione, all'istinto misto a passioni e fedi in misteri atavici, paradossalmente è proprio nella sfera della comunicazione di massa e della politica che le stesse antiche pulsioni, che gli stessi primordiali impulsi umani si trovano a sopraffare il ragionamento, la concatenazione logica degli avvenimenti, il rapporto causa-effetto, la linearità, la falsificabilità degli esperimenti.
Anche il più attento e scrupoloso lettore, telespettatore, spettatore o uditore di comizio non si troverà immune, ancor'oggi, dal sentire in se risuonare le corde di uno strumento che imbonitori, poeti, tiranni, sofisti hanno utilizzato per millenni: quello che si alimenta di luoghi comuni, di istinti, di passioni, in definitiva di ciò a cui noi esseri umani siamo debitori in ogni epoca, di ciò che permette a dittatori di ogni risma, a politicanti profittatori, a truffatori della parola di dominarci, nonostante l'analisi rigorosa delle loro azioni e della storia ci permetta di avere strumenti validi per opporci a loro, come impostori nel detenere il controllo delle nostre menti e delle nostre azioni.
Perciò sono pessimista per l'agire politico unito all'azione delle masse: non sarà mai così convincente come la parola rispetto ai fatti, l'aspetto rispetto alla sostanza, l'immagine pubblica rispetto alla realtà privata, le mille verità di feudatari campioni di eloquenza ma non di verità.
In definitiva, siamo in mano alla comunicazione migliore, non ai migliori.
Io credo, in realtà, che al fascino evocativo della parola, alla potenza comunicativa che mette in sintonia carisma personale e istinti delle masse neanche le nostre cosidette avanzate democrazie occidentali sappiano resistere.
Anzi, se nei laboratori e nelle industrie il metodo scientifico, la catena di montaggio hanno definitivamente tolto spazio all'improvvisazione, all'istinto misto a passioni e fedi in misteri atavici, paradossalmente è proprio nella sfera della comunicazione di massa e della politica che le stesse antiche pulsioni, che gli stessi primordiali impulsi umani si trovano a sopraffare il ragionamento, la concatenazione logica degli avvenimenti, il rapporto causa-effetto, la linearità, la falsificabilità degli esperimenti.
Anche il più attento e scrupoloso lettore, telespettatore, spettatore o uditore di comizio non si troverà immune, ancor'oggi, dal sentire in se risuonare le corde di uno strumento che imbonitori, poeti, tiranni, sofisti hanno utilizzato per millenni: quello che si alimenta di luoghi comuni, di istinti, di passioni, in definitiva di ciò a cui noi esseri umani siamo debitori in ogni epoca, di ciò che permette a dittatori di ogni risma, a politicanti profittatori, a truffatori della parola di dominarci, nonostante l'analisi rigorosa delle loro azioni e della storia ci permetta di avere strumenti validi per opporci a loro, come impostori nel detenere il controllo delle nostre menti e delle nostre azioni.
Perciò sono pessimista per l'agire politico unito all'azione delle masse: non sarà mai così convincente come la parola rispetto ai fatti, l'aspetto rispetto alla sostanza, l'immagine pubblica rispetto alla realtà privata, le mille verità di feudatari campioni di eloquenza ma non di verità.
In definitiva, siamo in mano alla comunicazione migliore, non ai migliori.
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